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La nuova tendenza "Gli orti in città"

Open Space Projects
4 anni fa
Ultima modifica:4 anni fa

È
una nuova tendenza, un ritorno alle origini ataviche e più semplici, quello che
vede l’uomo con in mano un rastrello o una vanga a lavorare la terra, non
importa che sia un appezzamento immenso, basta un fazzoletto di terra per
permettere lo sviluppo di un piccolo orto e
veder crescere rapidamente pomodori, zucchine, lattuga, peperoni,
cetrioli, melanzane, peperoncini, fagiolini, basilico, rosmarino, mentuccia,
prezzemolo, origano e tutte le aromatiche di uso quotidiano in cucina capaci di
crescere anche in vaso. Sempre più spesso infatti accanto alle fioriture e alle
specie vegetali più classicamente ‘da giardino’, si vedono spuntare oltre agli
ortaggi anche kiwi, uva, olivi e alberi da frutta come: agrumi, peschi, susini,
peri, melograni.

In
molti Paesi si sta attualmente assistendo
al fenomeno della moltiplicazione degli orti fai da te nei giardini privati,
nei terrazzi e nei balconi, un’attività scelta da molti come misura antistress,
per passione, per gratificazione personale, perché no, per garantirsi la
qualità degli ortaggi che si portano in tavola, meno per risparmiare ed ancora
meno per guadagnare, visto che è statisticamente provato che gran parte dei
prodotti coltivati vengono poi regalati a parenti ed amici. Negli Stati Uniti
il cosiddetto “terrace garden” sta appassionando sempre più
persone con insalate e pomodori che spuntano fin sui tetti di grattacieli e
case di New York, San Francisco, Boston. Pare che l’ultima moda delle feste dei
divi di Hollywood sia quella di invitare gli ospiti a cena ed offrire le
primizie coltivate sulla propria terrazza o veranda, tanto che nel 2005
un’inchiesta del settimanale francese “L’Express” ha incluso l’orticoltura tra
le settanta pratiche dell’odierno snobismo.

E
dire che guardando indietro negli anni, seppur fino all'epoca pre-industriale, campagna e città avessero convissuto bene insieme, negli anni Sessanta e
Settanta, anche in conseguenza del disprezzo per ogni forma di economia
domestica imposto dalla cultura industriale e urbana, la coltivazione di orti all'interno delle città divenne una vera anomalia, una stranezza, e cominciò ad
essere guardata con sospetto ed avversione: l’orto in città divenne simbolo di
una condizione sociale ed economica inferiore. La città era considerata (e purtroppo
in parte lo continua ad essere), luogo deputato ad ospitare parchi e giardini
ma non certo orti. Sia gli urbanisti che la gente comune concordavano
considerando l’orto in città un elemento di degrado paesaggistico. Non credo di
sbagliare inoltre, volendo vedere una connessione tra il fenomeno del boom della televisione e la
caduta di interesse per le coltivazioni orticole amatoriali verificatasi in
questo periodo storico.

In
questa fase di seconda giovinezza degli orti in città riscontrabile attualmente
nel mondo e in Italia, che segue ad una prima verificatasi negli anni
immediatamente successivi al dopoguerra, in cui la produzione orticola ha avuto
un ruolo per il sostentamento in un periodo di difficoltà economica, pur
ritrovandoci attualmente nel bel mezzo di una crisi economica globale, si
riscontra rispetto al passato una maggiore diversificazione del beneficiario
dell’orto. Secondo L’Istat, il piacevole hobby coinvolge infatti non solo
operai e gente di basso ceto, ma anche impiegati, insegnanti, e professionisti.
Diminuiscono i pensionati e si abbassa l’età media. Aumentano le colture da
fiore e il gusto borghese per il decoro, si incrementa il numero delle donne.

In
risposta a questa esigenza, per coloro che non hanno il privilegio di avere a disposizione
un orto, un terrazzo o un balcone dove potersi cimentare nella coltivazione,
nascono gli orti urbani: spazi verdi, personali o condivisi, gestiti dai
Comuni, dove si offre l’opportunità di coltivare i propri ortaggi socializzando
con gli altri agricoltori metropolitani. I nuovi orti non offrono solo prodotti
da mangiare, ma anche svago, nuova socialità e risposte ambientali. A questo proposito
il movimento spontaneo nato sulla base di questa nuova ecologia privata è stato
definito con il termine di "agri-civismo". L’uomo riprende a piantare
e sceglie i tetti di casa per partire con un regime autoctono in grado di
conciliare comportamenti responsabili, risparmi utili e vita attiva.

Si
ritiene che il prendersi cura di un orto favorisca infatti la crescita di
alcune virtù fondamentali per le generazioni future, quali la precisione, la
metodicità, la pazienza, la capacità di attendere e una più consapevole
coscienza dei fenomeni climatici.

Inoltre,
proprio per la sua capacità di rispondere ad un duplice ordine di esigenze
intime, socializzare con gli altri ma anche allo stesso tempo avere la
possibilità di isolarsi e dialogare con se stessi, la cura dell’orto è da
sempre un’attività praticata sia dalla gente comune che dagli intellettuali.

Petrarca,
Manzoni, Calvino, e tanti altri, avevano in comune la passione per il
giardinaggio e l’orticoltura, Bacone sosteneva addirittura che il giardinaggio
fosse il più puro dei piaceri, e Kant lo poneva tra le arti maggiori.

Anche
Hesse fu un giardiniere paziente e costante, sebbene dicesse che il suo orto
alla fine divenne una “dura schiavitù”. Il giardino fu fonte di ispirazione
poetica per la sua opera, come testimonia la poesia “Il sogno del giardiniere”.

Non
lasciamoci intimorire da Hesse e neanche dal più popolare detto “L’orto vuole
l’uomo morto”, a parer mio infatti non esiste palestra migliore che quella
della coltivazione di un piccolo orticello all'aria aperta, chiaramente non dobbiamo esagerare, non prendere troppo sul serio un leggero mal di schiena all'inizio della nostra attività, e prendere man mano consapevolezza dell’impegno
richiesto dalle nostre coltivazioni, cercando di organizzarci nel migliore dei
modi; certamente prevedere un impianto di irrigazione automatico può aiutarci a
ridurre sensibilmente i nostri tempi di lavoro.

A
mio parere una ragione per cui sempre più persone riscoprono l’interesse per
l’orto trova le sue radici nel fatto che, il settore dei prodotti biologici in
Italia è scarsamente regolamentato e non sufficientemente controllato, per cui chi
vuole avere la certezza di consumare un prodotto bio vero, deve necessariamente
coltivare il prodotto nel proprio orticello, la coltivazione di vasti
appezzamenti per agricoltura biologica permette infatti, seppur in quantità
ridotte, ancora l’uso di alcuni pesticidi e antiparassitari. E’ noto a tutti
poi che le vitamine e i minerali contenuti in un ortaggio o un frutto appena
raccolti non sono paragonabili a quelli
che normalmente troviamo nei prodotti conservati. L’aspetto più bello della
coltivazione di un prodotto bio all'interno del proprio orto, resta comunque la
particolare soddisfazione che regala seguire l’evoluzione attraverso la
crescita giorno dopo giorno fino alla raccolta, momento in cui si raggiunge
l’apoteosi. Il trofeo vegetale che ci riportiamo a casa con orgoglio, può
risvegliare in ognuno di noi atavici sentimenti sopiti da tempo, io
personalmente vi confesso che, quando raccolgo un ortaggio nel mio orticello
davanti casa, riuscendo forse già a presagire il sapore prelibato attraverso il
suo profumo e la sua consistenza, in qualche circostanza sento scorrere i
brividi sul mio corpo e in qualche modo mi riscopro bambino, tanto è grande il
piacere di presentarlo con un sorriso quasi inebetito a mia moglie che, però
talvolta dal canto suo, forse proprio per il fatto di essere nata e vissuta in
una grande città come Mosca, in cui gli ortaggi non si vedono negli orti ma
solo nei supermercati, non sembra rimanere particolarmente colpita dai miracoli
della natura dimostrando ahimè scarsa sensibilità in materia.

Non
a caso ho usato le parole ‘mi riscopro bambino’, non potete immaginare quanto
volentieri i bambini si dedichino all'attività orticola e quanto questa
attività possa essere importante per loro a livello educativo, veramente
interessante è poter osservare negli orti scolastici, in cui si recano i
bambini delle scuole materne, elementari e medie, il particolare rapporto che
si instaura tra la generazione dei ‘nonni’ e i bambini nel momento in cui si
assiste allo straordinario e fruttuoso interscambio tra esperienza e saggezza
da un lato e serenità e voglia di vivere dall'altro, provocata negli anziani
dalla rievocazione di episodi della propria infanzia attraverso i bambini. E’
una forma di educazione alla convivenza civica, alla cooperazione, al fare e
crescere insieme, all'ascolto della voce saggia che guida l’esperienza, al
gusto e ai sapori genuini, e alle verdure che magari in questo modo vengono
accettate anche da chi solitamente fa un po’ di storie per mangiarle.

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